Messaggio del Santo Padre Francesco per la VIII Giornata Mondiale dei Poveri (2024)

[B0496]

Messaggio del Santo Padre

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Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la VIII Giornata Mondiale dei Poveri che si celebra la XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – quest’anno il 17 novembre 2024 – sul tema «La preghiera del povero sale fino a Dio» (cfr Siracide 21,5):

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

1. La preghiera del povero sale fino a Dio (cfr Sir 21,5). Nell’anno dedicato alla preghiera, in vista del Giubileo Ordinario 2025, questa espressione della sapienza biblica è quanto mai appropriata per prepararci all’VIII Giornata Mondiale dei Poveri, che ricorrerà il 17 novembre prossimo. La speranza cristiana abbraccia anche la certezza che la nostra preghiera giunge fino al cospetto di Dio; ma non qualsiasi preghiera: la preghiera del povero! Riflettiamo su questa Parola e “leggiamola” sui volti e nelle storie dei poveri che incontriamo nelle nostre giornate, perché la preghiera diventi via di comunione con loro e di condivisione della loro sofferenza.

2. Il libro del Siracide, a cui facciamo riferimento, non è molto conosciuto, e merita di essere scoperto per la ricchezza di temi che affronta soprattutto quando tocca la relazione dell’uomo con Dio e il mondo. Il suo autore, Ben Sira, è un maestro, uno scriba di Gerusalemme, che scrive probabilmente nel II secolo a.C. È un uomo saggio, radicato nella tradizione d’Israele, che insegna su vari campi della vita umana: dal lavoro alla famiglia, dalla vita in società all’educazione dei giovani; pone attenzione ai temi legati alla fede in Dio e all’osservanza della Legge. Affronta i problemi non facili della libertà, del male e della giustizia divina, che sono di grande attualità anche per noi oggi. Ben Sira, ispirato dallo Spirito Santo, intende trasmettere a tutti la via da seguire per una vita saggia e degna di essere vissuta davanti a Dio e ai fratelli.

3. Uno dei temi a cui questo autore sacro dedica maggior spazio è la preghiera. Egli lo fa con molto ardore, perché dà voce alla propria esperienza personale. In effetti, nessuno scritto sulla preghiera potrebbe essere efficace e fecondo se non partisse da chi ogni giorno sta alla presenza di Dio e ascolta la sua Parola. Ben Sira dichiara di aver ricercato la sapienza fin dalla giovinezza: «Quando ero ancora giovane, prima di andare errando, ricercai assiduamente la sapienza nella mia preghiera» (Sir 51,13).

4. In questo suo percorso, egli scopre una delle realtà fondamentali della rivelazione, cioè il fatto che i poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio, a tal punto che, davanti alla loro sofferenza, Dio è “impaziente” fino a quando non ha reso loro giustizia: «La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Il Signore certo non tarderà né si mostrerà paziente verso di loro” (Sir 35,21-22). Dio conosce le sofferenze dei suoi figli, perché è un Padre attento e premuroso verso tutti. Come Padre, si prende cura di quelli che ne hanno più bisogno: i poveri, gli emarginati, i sofferenti, i dimenticati... Ma nessuno è escluso dal suo cuore, dal momento che, davanti a Lui, tutti siamo poveri e bisognosi. Tutti siamo mendicanti, perché senza Dio saremmo nulla. Non avremmo neppure la vita se Dio non ce l’avesse donata. E, tuttavia, quante volte viviamo come se fossimo noi i padroni della vita o come se dovessimo conquistarla! La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri.

La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! Eppure, non possiamo indietreggiare. I discepoli del Signore sanno che ognuno di questi “piccoli” porta impresso il volto del Figlio di Dio, e ad ognuno deve giungere la nostra solidarietà e il segno della carità cristiana. «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).

5. In questo anno dedicato alla preghiera, abbiamo bisogno di fare nostra la preghiera dei poveri e pregare insieme a loro. È una sfida che dobbiamo accogliere e un’azione pastorale che ha bisogno di essere alimentata. In effetti, «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (ivi, 200).

Tutto questo richiede un cuore umile, che abbia il coraggio di diventare mendicante. Un cuore pronto a riconoscersi povero e bisognoso. Esiste, infatti, una corrispondenza tra povertà, umiltà e fiducia. Il vero povero è l’umile, come affermava il santo vescovo Agostino: «Il povero non ha di che inorgoglirsi, il ricco ha l’orgoglio da combattere. Ascoltami perciò: sii un vero povero, sii virtuoso, sii umile» (Discorsi, 14, 4). L’umile non ha nulla da vantare e nulla pretende, sa di non poter contare su sé stesso, ma crede fermamente di potersi appellare all’amore misericordioso di Dio, davanti al quale sta come il figlio prodigo che torna a casa pentito per ricevere l’abbraccio del padre (cfr Lc 15,11-24). Il povero, non avendo nulla a cui appoggiarsi, riceve forza da Dio e in Lui pone tutta la sua fiducia. Infatti, l’umiltà genera la fiducia che Dio non ci abbandonerà mai e non ci lascerà senza risposta.

6. Ai poveri che abitano le nostre città e fanno parte delle nostre comunità dico: non perdete questa certezza! Dio è attento a ognuno di voi e vi è vicino. Non vi dimentica né potrebbe mai farlo. Tutti facciamo esperienza di una preghiera che sembra rimanere senza risposta. A volte chiediamo di essere liberati da una miseria che ci fa soffrire e ci umilia e Dio sembra non ascoltare la nostra invocazione. Ma il silenzio di Dio non è distrazione dalle nostre sofferenze; piuttosto, custodisce una parola che chiede di essere accolta con fiducia, abbandonandoci in Lui e alla sua volontà. È ancora il Siracide che lo attesta: “Il giudizio di Dio sarà a favore del povero” (cfr 21,5). Dalla povertà, dunque, può sgorgare il canto della più genuina speranza. Ricordiamoci che «quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. […] Questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 2).

7. La Giornata Mondiale dei Poveri è diventata ormai un appuntamento per ogni comunità ecclesiale. È un’opportunità pastorale da non sottovalutare, perché provoca ogni credente ad ascoltare la preghiera dei poveri, prendendo coscienza della loro presenza e necessità. È un’occasione propizia per realizzare iniziative che aiutano concretamente i poveri, e anche per riconoscere e dare sostegno ai tanti volontari che si dedicano con passione ai più bisognosi. Dobbiamo ringraziare il Signore per le persone che si mettono a disposizione per ascoltare e sostenere i più poveri. Sono sacerdoti, persone consacrate, laici e laiche che, con la loro testimonianza, danno voce alla risposta di Dio alla preghiera di quanti si rivolgono a Lui. Il silenzio, dunque, si spezza ogni volta che un fratello nel bisogno viene accolto e abbracciato. I poveri hanno ancora molto da insegnare, perché in una cultura che ha messo al primo posto la ricchezza e spesso sacrifica la dignità delle persone sull’altare dei beni materiali, loro remano contro corrente evidenziando che l’essenziale per la vita è ben altro.

La preghiera, quindi, trova nella carità che si fa incontro e vicinanza la verifica della propria autenticità. Se la preghiera non si traduce in agire concreto è vana; infatti «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). Tuttavia, la carità senza preghiera rischia di diventare filantropia che presto si esaurisce. «Senza la preghiera quotidiana vissuta con fedeltà, il nostro fare si svuota, perde l’anima profonda, si riduce ad un semplice attivismo» (Benedetto XVI, Catechesi, 25 aprile 2012). Dobbiamo evitare questa tentazione ed essere sempre vigili con la forza e la perseveranza che proviene dallo Spirito Santo che è datore di vita.

8. In questo contesto è bello ricordare la testimonianza che ci ha lasciato Madre Teresa di Calcutta, una donna che ha dato la vita per i poveri. La Santa ripeteva continuamente che era la preghiera il luogo da cui attingeva forza e fede per la sua missione di servizio agli ultimi. Quando, il 26 ottobre 1985, parlò nell’Assemblea Generale dell’ONU, mostrando a tutti la corona del Rosario che teneva sempre in mano disse: «Io sono soltanto una povera suora che prega. Pregando, Gesù mi mette nel cuore il suo amore e io vado a donarlo a tutti i poveri che incontro sul mio cammino. Pregate anche voi! Pregate, e vi accorgerete dei poveri che avete accanto. Forse nello stesso pianerottolo della vostra abitazione. Forse anche nelle vostre case c’è chi aspetta il vostro amore. Pregate, e gli occhi si apriranno e il cuore si riempirà di amore».

E come non ricordare qui, nella città di Roma, San Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783), il cui corpo riposa ed è venerato nella chiesa parrocchiale di Santa Maria ai Monti. Pellegrino dalla Francia a Roma, rifiutato da tanti monasteri, egli trascorse gli ultimi anni della sua vita povero tra i poveri, sostando ore e ore in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, con la corona del rosario, recitando il breviario, leggendo il Nuovo Testamento e l’Imitazione di Cristo. Non avendo nemmeno una piccola stanza dove alloggiare, dormiva abitualmente in un angolo delle rovine del Colosseo, come “vagabondo di Dio”, facendo della sua esistenza una preghiera incessante che saliva fino a Lui.

9. In cammino verso l’Anno Santo, esorto ognuno a farsi pellegrino di speranza, ponendo segni tangibili per un futuro migliore. Non dimentichiamo di custodire «i piccoli particolari dell’amore» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 145): fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto... Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano.

10. Siamo chiamati in ogni circostanza ad essere amici dei poveri, seguendo le orme di Gesù che per primo si è fatto solidale con gli ultimi. Ci sostenga in questo cammino la Santa Madre di Dio Maria Santissima, che apparendo a Banneux ci ha lasciato il messaggio da non dimenticare: «Sono la Vergine dei poveri». A lei, che Dio ha guardato per la sua umile povertà, compiendo cose grandi con la sua obbedienza, affidiamo la nostra preghiera, convinti che salirà fino al cielo e sarà ascoltata.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2024, memoria di Sant’Antonio da Padova, Patrono dei poveri.

FRANCESCO

[01022-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères et sœurs!

1. La prière du pauvre s’élève jusqu’à Dieu (cf. Si 21, 5). En cette année consacrée à la prière, en vue du Jubilé ordinaire de 2025, cette expression de la sagesse biblique est encore plus appropriée pour nous préparer à la VIIIe Journée Mondiale des Pauvres, qui aura lieu le 17 novembre. L’espérance chrétienne embrasse aussi la certitude que notre prière parvient à la présence de Dieu; mais pas n’importe quelle prière: la prière du pauvre! Réfléchissons à cette Parole et “lisons-la” sur les visages et dans les histoires des pauvres que nous rencontrons au cours de nos journées, afin que la prière devienne un chemin de communion avec eux et de partage de leurs souffrances.

2. Le livre du Siracide, auquel nous nous référons, est peu connu et mérite d’être découvert pour la richesse des thèmes qu’il aborde, notamment lorsqu’il s’agit de la relation de l’homme avec Dieu et avec le monde. Son auteur, Ben Sira, est un maître, un scribe de Jérusalem, qui a probablement écrit au IIe siècle avant J.-C. C’est un homme sage, enraciné dans la tradition d’Israël, qui enseigne dans divers domaines de la vie humaine: du travail à la famille, de la vie en société à l’éducation des jeunes; il s’intéresse aux questions liées à la foi en Dieu et à l’observance de la Loi. Il affronte les problèmes difficiles de la liberté, du mal et de la justice divine, qui sont d’une grande actualité, encore pour nous aujourd’hui. Ben Sira, inspiré par l’Esprit Saint, entend transmettre à tous la voie à suivre pour une vie sage et digne devant Dieu et ses frères.

3. L’un des thèmes auxquels cet auteur sacré consacre le plus d’espace est la prière. Il le fait avec beaucoup d’ardeur, car il raconte son expérience personnelle. En effet, aucun écrit sur la prière ne pourrait être efficace et fécond s’il ne venait pas de ceux qui, chaque jour, se tiennent en présence de Dieu et écoutent sa Parole. Ben Sira déclare avoir recherché la sagesse dès sa jeunesse: «Quand j’étais encore jeune et que je n’avais pas erré çà et là, aux yeux de tous j’ai cherché la Sagesse dans ma prière» (Si 51, 13).

4. Durant son parcours, il découvre l’une des réalités fondamentales de la révélation, à savoir que les pauvres occupent une place privilégiée dans le cœur de Dieu, à tel point que, face à leur souffrance, Dieu est “impatient” tant qu’il ne leur a pas rendu justice: «La prière du pauvre traverse les nuées; tant qu’elle n’a pas atteint son but, il demeure inconsolable. Il persévère tant que le Très-Haut n’a pas jeté les yeux sur lui, ni prononcé la sentence en faveur des justes et rendu justice. Le Seigneur ne tardera pas, il restera impatient» (Si 35, 21-22). Dieu connaît les souffrances de ses enfants, car il est un Père attentif et bienveillant à l’égard de tous. En tant que Père, il prend soin de ceux qui ont le plus besoin de lui: les pauvres, les marginalisés, les souffrants, les oubliés... Mais personne n’est exclu de son cœur, car devant lui, nous sommes tous pauvres et nécessiteux. Nous sommes tous des mendiants, car sans Dieu, nous ne serions rien. Nous n’aurions même pas la vie si Dieu ne nous l’avait pas donnée. Et pourtant, combien de fois vivons-nous comme si nous étions les maîtres de la vie ou comme si nous devions la conquérir! La mentalité mondaine voudrait que nous devenions quelqu’un, que nous nous fassions un nom en dépit de tout et de tous, que nous transgressions les règles sociales pour atteindre la richesse. Quelle triste illusion! Le bonheur ne s’acquiert pas en piétinant le droit et la dignité des autres.

La violence causée par les guerres montre bien quelle arrogance guide ceux qui se croient puissants devant les hommes, alors qu’ils sont misérables aux yeux de Dieu. Combien de nouveaux pauvres sont le produit de cette mauvaise politique faite avec des armes, combien de victimes innocentes! Pourtant, nous ne pouvons pas reculer. Les disciples du Seigneur savent que chacun de ces “petit*” porte le visage du Fils de Dieu, et notre solidarité et le signe de la charité chrétienne doivent atteindre chacun d’entre eux. «Chaque chrétien et chaque communauté sont appelés à être instruments de Dieu pour la libération et la promotion des pauvres, de manière à ce qu’ils puissent s’intégrer pleinement dans la société; ceci suppose que nous soyons dociles et attentifs à écouter le cri du pauvre et à le secourir» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 187).

5. En cette année consacrée à la prière, nous devons faire nôtre la prière des pauvres et prier avec eux. C’est un défi que nous devons relever et une action pastorale qui doit être encouragée. En effet, «la pire discrimination dont souffrent les pauvres est le manque d’attention spirituelle. L’immense majorité des pauvres a une ouverture particulière à la foi; ils ont besoin de Dieu et nous ne pouvons pas négliger de leur offrir son amitié, sa bénédiction, sa Parole, la célébration des Sacrements et la proposition d’un chemin de croissance et de maturation dans la foi. L’option préférentielle pour les pauvres doit se traduire principalement par une attention religieuse privilégiée et prioritaire» (ibid., n. 200).

Tout cela demande un cœur humble qui a le courage de devenir mendiant. Un cœur prêt à se reconnaître pauvre et nécessiteux. Il existe en effet une correspondance entre la pauvreté, l’humilité et la confiance. Le vrai pauvre est l’humble, comme le disait le saint évêque Augustin: «Le pauvre n’a pas de quoi s’enfler; il y a dans le riche, matière à lutter. Écoute-moi donc. Sois un vrai pauvre, sois pieux, sois humble» (Sermon 14, 4). L’homme humble n’a pas à se vanter ni à revendiquer, il sait qu’il ne peut pas compter sur lui-même, mais il croit fermement qu’il peut faire appel à l’amour miséricordieux de Dieu, devant lequel il se tient comme le fils prodigue qui revient à la maison, repentant, pour recevoir l’étreinte de son père (cf. Lc 15, 11-24). Le pauvre, qui n’a rien sur quoi s’appuyer, reçoit la force de Dieu et met toute sa confiance en Lui. En effet, l’humilité engendre la confiance que Dieu ne nous abandonnera jamais et ne nous laissera pas sans réponse.

6. Aux pauvres qui habitent nos villes et qui font partie de nos communautés, je dis: ne perdez pas cette certitude! Dieu est attentif à chacun de vous et il est proche de vous. Il ne vous oublie pas et ne pourra jamais le faire. Nous faisons tous l’expérience d’une prière qui semble rester sans réponse. Parfois, nous demandons d’être délivrés d’une misère qui nous fait souffrir et nous humilie, et Dieu semble ne pas entendre notre invocation. Mais le silence de Dieu n’est pas une distraction de notre souffrance; il contient plutôt une parole qui demande à être accueillie avec confiance, nous abandonnant à Lui et à sa volonté. C’est encore le Siracide qui en témoigne: “Le jugement de Dieu sera en faveur des pauvres” (cf. 21, 5). C’est donc de la pauvreté que peut jaillir le chant de l’espérance la plus authentique. Rappelons-nous que «quand la vie intérieure se ferme sur ses propres intérêts, il n’y a plus de place pour les autres, les pauvres n’entrent plus, on n’écoute plus la voix de Dieu, on ne jouit plus de la douce joie de son amour, l’enthousiasme de faire le bien ne palpite plus. […] Ce n’est pas la vie dans l’Esprit qui jaillit du cœur du Christ ressuscité» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 2).

7. La Journée Mondiale des Pauvres est devenue un rendez-vous pour chaque communauté ecclésiale. C’est une opportunité pastorale à ne pas sous-estimer, car elle incite chaque croyant à écouter les prières des pauvres, à prendre conscience de leur présence et de leurs besoins. C’est une occasion propice pour mettre en œuvre des initiatives qui aident concrètement les pauvres, mais aussi pour reconnaître et soutenir les nombreux bénévoles qui se consacrent avec passion aux plus démunis. Nous devons remercier le Seigneur pour les personnes qui se rendent disponibles pour écouter et soutenir les plus pauvres. Ce sont des prêtres, des personnes consacrées et des laïcs qui, par leur témoignage, donnent une voix à la réponse de Dieu aux prières de ceux qui s’adressent à Lui. Le silence est donc rompu chaque fois qu’un frère dans le besoin est accueilli et embrassé. Les pauvres ont encore beaucoup à enseigner, car dans une culture qui a mis la richesse au premier plan et qui sacrifie souvent la dignité des personnes sur l’autel des biens matériels, ils rament à contre-courant en indiquant que ce qui est essentiel à la vie est tout autre chose.

La prière trouve la vérification de son authenticité dans la charité qui devient rencontre et proximité. Si la prière ne se traduit pas par une action concrète, elle est vaine; en effet, «la foi sans les œuvres est morte» (Jc 2, 26). Cependant, la charité sans la prière risque de devenir une philanthropie qui s’essouffle rapidement. «Sans la prière quotidienne vécue avec fidélité, notre action devient vide, perd son âme profonde, se réduit à un simple activisme» (BenoÎt XVI, Catéchèse, 25 avril 2012). Nous devons éviter cette tentation et être toujours vigilants avec la force et la persévérance qui viennent de l’Esprit Saint qui donne la vie.

8. Dans ce contexte, il est bon de rappeler le témoignage que nous a laissé Mère Teresa de Calcutta, une femme qui a donné sa vie pour les pauvres. La sainte répétait sans cesse que la prière était le lieu où elle puisait la force et la foi pour sa mission de service aux plus démunis. Lors de son intervention à l’Assemblée Générale de l’ONU, le 26 octobre 1985, montrant à tous le chapelet qu’elle tenait toujours à la main, elle a déclaré: «Je ne suis qu’une pauvre religieuse qui prie. En priant, Jésus met son amour dans mon cœur et je vais le donner à tous les pauvres que je rencontre sur mon chemin. Vous aussi, priez! Priez et vous vous rendrez compte des pauvres que vous avez à côté de vous. Peut-être sur le même palier de votre habitation. Peut-être même dans vos maisons, il y a ceux qui attendent votre amour. Priez, et les yeux s’ouvriront et le cœur se remplira d’amour».

Et comment ne pas rappeler ici, dans la ville de Rome, saint Benoît Joseph Labre (1748-1783), dont le corps repose et est vénéré dans l’église paroissiale de Santa Maria ai Monti. Pèlerin de France à Rome, rejeté par de nombreux monastères, il passa les dernières années de sa vie pauvre parmi les pauvres, passant des heures et des heures en prière devant le Saint Sacrement, avec le rosaire, récitant le bréviaire, lisant le Nouveau Testament et l’Imitation du Christ. Ne disposant même pas d’une petite chambre, il dormait habituellement dans un coin des ruines du Colisée, comme un “vagabond de Dieu”, faisant de son existence une prière incessante qui s’élevait vers Lui.

9. En chemin vers l’Année Sainte, j’exhorte chacun à devenir un pèlerin de l’espérance, en donnant des signes tangibles d’un avenir meilleur. N’oublions pas de chérir «les petit* détails de l’amour» (Exhort. ap. Gaudete et exsultate, n. 145): s’arrêter, s’approcher, donner une petite attention, un sourire, une caresse, une parole de réconfort… Ces gestes ne s’improvisent pas, mais exigent une fidélité quotidienne, souvent cachée et silencieuse, mais rendue forte par la prière. En ce moment, où le chant de l’espérance semble céder la place au vacarme des armes, au cri de tant d’innocents blessés et au silence des innombrables victimes des guerres, adressons à Dieu notre invocation pour la paix. Nous sommes pauvres en paix et nous tendons les mains pour l’accueillir comme un don précieux, tout en nous efforçant de la rétablir dans notre vie quotidienne.

10. Nous sommes appelés en toute circonstance à être amis des pauvres, en suivant les traces de Jésus qui, le premier, s’est montré solidaire des derniers. Que la Sainte Mère de Dieu, Marie Très Sainte, qui en apparaissant à Banneux nous a laissé le message à ne pas oublier: «Je suis la Vierge des pauvres», nous soutienne sur ce chemin. À elle, que Dieu a regardée pour son humble pauvreté, accomplissant de grandes choses par son obéissance, nous confions notre prière, convaincus qu’elle s’élèvera vers le ciel et sera entendue.

Rome, Saint-Jean-de-Latran, 13 juin 2024, Mémoire de Saint Antoine de Padoue, Patron des pauvres.

FRANÇOIS

[01022-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear brothers and sisters,

1. The prayer of the poor rises up to God (cf. Sir 21:5). In this year dedicated to prayer in anticipation of the Ordinary Jubilee of 2025, this expression of biblical wisdom is most fitting as we prepare for the Eighth World Day of the Poor, which will be observed on 17 November. Indeed, Christian hope embraces the certainty that our prayer reaches God’s presence; not just any prayer but rather the prayer of the poor! Let us reflect on this word and “read” it on the faces and in the stories of the poor whom we encounter daily, so that prayer can become a path of communion with them and a sharing in their suffering.

2. The Book of Sirach, of which we are speaking, is not sufficiently known, yet it deserves to be discovered for the richness of its themes, especially regarding the relationship of humanity with God and with the world. Its author, Ben Sira, was a teacher, a scribe in Jerusalem, likely writing in the 2nd century B.C. He was a wise man, deeply rooted in Israel’s tradition, who taught on various aspects of human life: work, family, social life and the education of the young. He paid special attention to themes related to faith in God and observance of the Law. He tackled the difficult issues of freedom, evil and divine justice, which are still highly relevant to us today. Inspired by the Holy Spirit, Ben Sira sought to point out to everyone the path to follow in order to live a wise and dignified life in the eyes of God and our brothers and sisters.

3. One of the themes to which this sacred author devotes significant attention is prayer. He does so with great fervour because he gives voice to his personal experience. Indeed, no writing on prayer can be effective and fruitful if it does not stem from someone who stands daily in God’s presence and listens to his Word. Ben Sira declares that he sought wisdom from his youth: “While I was still young, before I went on my travels, I sought wisdom openly in my prayer” (Sir 51:13).

4. On this journey, he discovered one of the fundamental truths of revelation, namely, that the poor hold a privileged place in God’s heart, to the point that, in the face of their suffering, God is “impatient” until he has rendered justice to them. “The prayer of the humble pierces the clouds, and he will not be consoled until it reaches the Lord; he will not desist until the Most High visits him, and does justice for the righteous, and executes judgment. And the Lord will not delay” (Sir 35:17-18). God knows the sufferings of his children because he is an attentive and caring father. As a father, he takes care of those who are most in need: the poor, the marginalized, the suffering and the forgotten. No one is excluded from his heart, for in his eyes, we are all poor and needy. We are all beggars because, without God, we would be nothing. We would not even have life if God had not given it to us. Yet how often we live as if we were the masters of life or as if we had to conquer it! The mentality of the world demands that we become somebody, that we make a name for ourselves at any cost, breaking social norms in order to accumulate wealth. How sad of an illusion this is! Happiness cannot be acquired by trampling on the rights and dignity of others.

The violence caused by wars clearly shows the arrogance of those who consider themselves to be powerful before men and women, but they are poor in the eyes of God. How many more people are impoverished by misguided policies involving weapons! How many innocent victims! Yet we cannot turn our backs to this reality. The disciples of the Lord know that each of these “little ones” bears the image of the Son of God and each one must receive our support and expressions of Christian charity. “Each individual Christian and every community is called to be an instrument of God for the liberation and promotion of the poor, and for enabling them to be fully a part of society. This demands that we be docile and attentive to the cry of the poor and to come to their aid” (Evangelii Gaudium, 187).

5. In this year dedicated to prayer, we need to make the prayer of the poor our own and pray together with them. This is a challenge we must embrace and a pastoral activity that needs to be nurtured. Moreover, “the worst discrimination which the poor suffer is the lack of spiritual care. The great majority of the poor have a special openness to the faith; they need God and we must not fail to offer them his friendship, his blessing, his word, the celebration of the sacraments and a journey of growth and maturity in the faith. Our preferential option for the poor must mainly translate into a privileged and preferential religious care” (ibid., 200).

All of this requires a humble heart, one that has the courage to become a beggar. A heart that is ready to acknowledge itself as poor and needy. Indeed, there is a correlation between poverty, humility and trust. The truly poor person is the humble one, as the holy Bishop Augustine said: “The poor have nothing to be proud of, the rich must combat their pride. Therefore, listen to me: be truly poor, be virtuous, be humble” (Sermons, 14, 4). The humble have nothing to boast of and nothing to claim; they know they cannot rely on themselves but firmly believe they can appeal to God’s merciful love, standing before him like the prodigal son who returns home repentant to receive the father’s embrace (cf. Lk 15:11-24). The poor, having nothing to rely on, receive strength from God and place all their trust in him. Indeed, humility generates trust that God will never abandon us and will never leave us without a response.

6. To the poor who dwell in our cities and are part of our communities, I say: do not lose this certainty! God is attentive to each of you and is close to you. He does not forget you nor could he ever do so. We all have had the experience of prayers that seem to remain unanswered. Sometimes we ask to be freed from a misery that makes us suffer and humiliates us, and God seems not to hear our cry. However, God’s silence does not mean he is inattentive to our sufferings; rather, it contains a word that must be received with trust, surrendering ourselves to him and to his will. Sirach again attests to this: the Lord’s judgment will be in favour of the poor (cf. Sir 21:5). From poverty, therefore, the song of the most genuine hope can spring up. Let us remember that “whenever our interior life becomes caught up in its own interests and concerns, there is no longer room for others, no place for the poor. God’s voice is no longer heard, the quiet joy of his love is no longer felt, and the desire to do good fades” (Evangelii Gaudium, 2).

7. The World Day of the Poor has now become a fixture for every ecclesial community. It is a pastoral opportunity not to be underestimated, for it challenges every believer to listen to the prayer of the poor, becoming aware of their presence and needs. It is an opportune occasion to implement initiatives that concretely help the poor and to recognize and support the many volunteers who dedicate themselves passionately to those most in need. We must thank the Lord for the people who make themselves available to listen to and support the poorest among us. They are priests, consecrated persons, lay men and women who, by their testimony, give voice to God’s response to the prayer of those who turn to him. This silence, therefore, is broken every time a person in need is welcomed and embraced. The poor still have much to teach us because in a culture that has placed wealth at the forefront and often sacrifices the dignity of people on the altar of material goods, they swim against the tide, highlighting that what is essential for life is something else entirely.

Prayer, then, is verified by authentic charity that manifests itself as encounter and proximity. If prayer does not translate into concrete action, it is in vain; indeed, “faith by itself, if it has no works, is dead” (Jas 2:17). However, charity without prayer risks becoming philanthropy that soon exhausts itself. “Without daily prayer lived with fidelity, our acts are empty, they lose their profound soul, and are reduced to being mere activism” (BENEDICT XVI, Catechesis, April 25, 2012). We must avoid this temptation and always be vigilant with the strength and perseverance that comes from the Holy Spirit, who is the giver of life.

8. In this context, it is beautiful to recall the testimony left to us by Mother Teresa of Calcutta, a woman who gave her life for the poor. Saint Teresa continually repeated that it was from prayer that she drew the strength and faith for her mission of service to the least among us. When she spoke at the General Assembly of the UN on October 26, 1985, showing everyone the rosary she always held in her hand, she said: “I am only a poor sister who prays. By praying, Jesus puts his love in my heart, and I go to give it to all the poor I meet along the way. Pray too! Pray, and you will notice the poor who are beside you. Perhaps on the same floor in your apartment building. Perhaps even in your houses, someone is waiting for your love. Pray, and your eyes will open, and your heart will fill with love”.

How can we not recall here in the city of Rome, Saint Benedict Joseph Labre (1748-1783), whose body rests and is venerated in the parish church of Santa Maria ai Monti. A pilgrim from France to Rome, rejected by many monasteries, he spent the last years of his life poor among the poor, spending hours in prayer before the Blessed Sacrament, with the rosary, reciting the breviary, reading the New Testament and the Imitation of Christ. Having no place to stay, he usually slept in a corner of the ruins of the Colosseum like a “vagabond of God,” making his life a ceaseless prayer that rose up to God.

9. As we journey towards the Holy Year, I urge everyone to become pilgrims of hope, setting tangible goals for a better future. Let us not forget to keep “the little details of love” (Gaudete et Exsultate, 145): stopping, drawing near, giving a little attention, a smile, a caress, a word of comfort. These gestures are not automatic; they require a daily commitment and are often hidden and silent, but strengthened by prayer. In this time, when the song of hope seems to give way to the clamour of arms, to the cry of many innocent wounded, and the silence of the countless victims of wars, we turn to God with our plea for peace. We stretch out our hands to receive peace as a precious gift for we are “poor” in this regard, while at the same time committing ourselves to weave it back into daily life.

10. We are called in every circ*mstance to be friends of the poor, following in the footsteps of Jesus who always began by showing solidarity when dealing with the least among us. May the Mother of God, Mary Most Holy, who appeared at Banneux and left a message not to be forgotten: “I am the Virgin of the poor,” sustain us on this journey. To Mary, whom God has looked upon with favour for her humble poverty, accomplishing great things through her obedience, we entrust our prayers, convinced that they will rise to heaven and be heard.

Rome, Saint John Lateran, 13 June 2024, Memorial of Saint Anthony of Padua, Patron of the Poor

FRANCIS

[01022-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern!

1. Das Gebet des Armen steigt zu Gott empor (vgl. Sir 21,5). Im Jahr, das dem Gebet gewidmet ist, und im Hinblick auf das ordentliche Jubiläum 2025 ist diese Aussage biblischer Weisheit umso angemessener, um uns auf den achten Welttag der Armen vorzubereiten, der am 17. November stattfinden wird. Die christliche Hoffnung schließt auch die Gewissheit ein, dass unser Gebet vor das Angesicht Gottes gelangt; aber nicht irgendein Gebet: das Gebet des Armen! Denken wir über dieses Wort nach und „lesen“ wir es auf den Gesichtern und in den Geschichten der Armen, denen wir in unseren Tagen begegnen, damit das Gebet zu einem Weg der Gemeinschaft mit ihnen wird und wir ihr Leid teilen.

2. Das Buch Jesus Sirach, auf das wir uns beziehen, ist nicht sehr bekannt und verdient es, entdeckt zu werden wegen der Fülle der Themen, die es anspricht, besonders wenn es die Beziehung des Menschen zu Gott und zur Welt berührt. Sein Autor, Ben Sira, ist ein Lehrer, ein Schriftgelehrter aus Jerusalem, der wahrscheinlich im 2. Jahrhundert v. Chr. schrieb. Er ist ein weiser Mann, der in der Tradition Israels verwurzelt ist und über verschiedene Bereiche des menschlichen Lebens lehrt: von der Arbeit bis zur Familie, vom Leben in der Gesellschaft bis zur Erziehung der Jugend; er widmet sich den Fragen des Glaubens an Gott und der Einhaltung des Gesetzes. Er behandelt die nicht einfachen Probleme der Freiheit, des Bösen und der göttlichen Gerechtigkeit, die auch für uns heute sehr aktuell sind. Ben Sira, inspiriert vom Heiligen Geist, möchte allen den Weg zu einem weisen und würdigen Leben vor Gott und den Brüdern und Schwestern aufzeigen.

3. Eines der Themen, dem dieser heilige Schriftsteller am meisten Raum widmet, ist das Gebet. Er tut dies mit großem Eifer, weil er seine persönliche Erfahrung zum Ausdruck bringt. In der Tat könnte keine Schrift über das Gebet wirkungsvoll und fruchtbar sein, wenn sie nicht von denen stammt, die jeden Tag in Gottes Gegenwart weilen und auf sein Wort hören. Ben Sira erklärt, dass er schon in seiner Jugend nach Weisheit strebte: »Als ich noch jung war, bevor ich auf Wanderschaft ging, habe ich offen in meinem Beten Weisheit gesucht« (Sir 51,13).

4. Auf seinem Weg entdeckt er eine der grundlegenden Wirklichkeiten der Offenbarung, nämlich die Tatsache, dass die Armen einen bevorzugten Platz im Herzen Gottes einnehmen, dass Gott angesichts ihres Leidens sogar „ungeduldig“ ist, bis er ihnen Gerechtigkeit widerfahren lässt: »Das Gebet eines Demütigen durchdringt die Wolken, und bevor es nicht angekommen ist, wird er nicht getröstet und er lässt nicht nach, bis der Höchste daraufschaut. Und er wird für die Gerechten entscheiden und ein Urteil fällen. Und der Herr wird gewiss nicht zögern und nicht langmütig sein gegen die Unbarmherzigen« (Sir 35,21-22). Gott kennt die Leiden seiner Kinder, denn er ist ein aufmerksamer und fürsorglicher Vater für alle. Als Vater kümmert er sich um diejenigen, die ihn am meisten brauchen: die Armen, die Ausgegrenzten, die Leidenden, die Vergessenen ... Aber niemand ist aus seinem Herzen ausgeschlossen, denn wir alle sind vor ihm arm und bedürftig. Wir sind alle Bettler, denn ohne Gott wären wir nichts. Wir hätten nicht einmal das Leben, wenn Gott es uns nicht geschenkt hätte. Und doch, wie oft leben wir so, als ob wir die Herren über das Leben wären oder als ob wir es erobern müssten! Die weltliche Denkweise fordert, dass wir jemand sind, dass wir uns trotz allem und jedem einen Namen machen, dass wir gesellschaftliche Regeln brechen, um ja nur Reichtum zu erreichen. Was für eine traurige Illusion! Das Glück erlangt man nicht, indem man das Recht und die Würde anderer mit Füßen tritt.

Die durch Kriege verursachte Gewalt zeigt deutlich, wie viel Anmaßung diejenigen bewegt, die sich vor den Menschen für mächtig halten, während sie in den Augen Gottes erbärmlich sind. Wie viele neue Arme verursacht diese schlechte, mit Waffen gemachte Politik, wie viele unschuldige Opfer! Doch wir dürfen nicht zurückweichen. Die Jünger des Herrn wissen, dass jeder dieser „Kleinen“ das Antlitz des Gottessohnes trägt, und unsere Solidarität und das Zeichen der christlichen Nächstenliebe müssen jeden Einzelnen erreichen. »Jeder Christ und jede Gemeinschaft ist berufen, Werkzeug Gottes für die Befreiung und die Förderung der Armen zu sein, so dass sie sich vollkommen in die Gesellschaft einfügen können; das setzt voraus, dass wir gefügig sind und aufmerksam, um den Schrei des Armen zu hören und ihm zu Hilfe zu kommen« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 187).

5. In diesem Jahr, das dem Gebet gewidmet ist, müssen wir das Gebet der Armen zu unserem eigenen machen und zusammen mit ihnen beten. Das ist eine Herausforderung, die wir annehmen müssen, und eine pastorale Tätigkeit, die gefördert werden muss. Denn »die schlimmste Diskriminierung, unter der die Armen leiden, ist der Mangel an geistlicher Zuwendung. Die riesige Mehrheit der Armen ist besonders offen für den Glauben; sie brauchen Gott, und wir dürfen es nicht unterlassen, ihnen seine Freundschaft, seinen Segen, sein Wort, die Feier der Sakramente anzubieten und ihnen einen Weg des Wachstums und der Reifung im Glauben aufzuzeigen. Die bevorzugte Option für die Armen muss sich hauptsächlich in einer außerordentlichen und vorrangigen religiösen Zuwendung zeigen« (ebd., 200).

All dies erfordert ein demütiges Herz, das den Mut hat, zum Bettler zu werden. Ein Herz, das bereit ist, sich als arm und bedürftig zu erkennen. Es besteht nämlich ein Zusammenhang zwischen Armut, Demut und Vertrauen. Der wahrhaft Arme ist der Demütige, wie der heilige Bischof Augustinus sagte: »Der Arme hat nichts, worauf er stolz sein kann, der Reiche hat seinen Stolz zu bekämpfen. Höre also auf mich: Sei ein wahrhaft Armer, sei tugendhaft, sei demütig« (Sermones, 14, 4). Der demütige Mensch hat nichts, dessen er sich rühmen kann, und er beansprucht nichts, er weiß, dass er nicht auf sich selbst zählen kann, glaubt aber fest daran, dass er sich auf die barmherzige Liebe Gottes berufen kann, vor dem er wie der verlorene Sohn steht, der reumütig nach Hause zurückkehrt, um die Umarmung seines Vaters zu empfangen (vgl. Lk 15,11-24). Da der Arme nichts hat, worauf er sich stützen kann, erhält er Kraft von Gott und setzt sein ganzes Vertrauen in ihn. In der Tat schafft die Demut das Vertrauen, dass Gott uns nie verlassen und uns nicht ohne Antwort lassen wird.

6. Den Armen, die in unseren Städten leben und Teil unserer Gemeinschaften sind, sage ich: Verliert nicht diese Gewissheit! Gott achtet auf einen jeden von euch und ist euch nahe. Er vergisst euch nicht und könnte dies auch nie tun. Wir alle machen die Erfahrung, dass Gebete scheinbar unbeantwortet bleiben. Manchmal bitten wir darum, aus einer Notlage befreit zu werden, die uns leiden lässt und uns demütigt, und Gott scheint unsere Anrufung nicht zu erhören. Doch Gottes Schweigen bedeutet nicht, dass er von unserem Leid abgelenkt ist, sondern es enthält ein Wort, das vertrauensvoll angenommen werden will, indem wir uns ihm und seinem Willen überlassen. Wieder ist es Jesus Sirach, der dies bezeugt: „Die Bitte eines Armen dringt an sein Ohr, das Urteil Gottes kommt mit Eile“ (vgl. 21,5). Aus der Armut kann also das Lied echter Hoffnung entspringen. Erinnern wir uns: »Wenn das innere Leben sich in den eigenen Interessen verschließt, gibt es keinen Raum mehr für die anderen, finden die Armen keinen Einlass mehr, hört man nicht mehr die Stimme Gottes, genießt man nicht mehr die innige Freude über seine Liebe, regt sich nicht die Begeisterung, das Gute zu tun. […], das ist nicht das Leben im Geist, das aus dem Herzen des auferstandenen Christus hervorsprudelt« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 2).

7. Der Welttag der Armen ist nunmehr zu einem festen Termin für jede Gemeinschaft in der Kirche geworden. Er ist eine nicht zu unterschätzende pastorale Gelegenheit, weil er jeden Gläubigen dazu anregt, auf das Gebet der Armen zu hören und sich ihrer Gegenwart und Bedürfnisse bewusst zu werden. Es ist eine günstige Gelegenheit, um Vorhaben zu verwirklichen, die den Armen konkret helfen, und auch, um die vielen Freiwilligen anzuerkennen und zu unterstützen, die sich leidenschaftlich für die Bedürftigsten einsetzen. Wir müssen dem Herrn für die Menschen danken, die sich zur Verfügung stellen, um den Ärmsten zuzuhören und sie zu unterstützen. Es sind Priester, Personen des geweihten Lebens und Laien, die mit ihrem Zeugnis der Antwort Gottes auf die Gebete derer, die sich an ihn wenden, eine Stimme geben. Die Stille wird also jedes Mal gebrochen, wenn ein Bruder oder eine Schwester in Not willkommen geheißen und umarmt wird. Die Armen haben noch viel zu lehren, denn in einer Kultur, die den Reichtum an die erste Stelle gesetzt hat und die Würde der Menschen oft auf dem Altar der materiellen Güter opfert, rudern sie gegen den Strom und weisen darauf hin, dass das Wesentliche im Leben etwas ganz anderes ist.

Das Gebet findet also die Bestätigung seiner Echtheit in der Nächstenliebe, die zur Begegnung und zur Nähe wird. Wenn das Gebet nicht zu konkretem Handeln führt, ist es vergeblich; denn »der Glaube ohne Werke [ist] tot« (Jak 2,26). Nächstenliebe ohne Gebet läuft hingegen Gefahr, zu einer Philanthropie zu werden, die sich bald erschöpft. »Ohne das in Treue gelebte tägliche Gebet wird unser Tun leer, verliert es die tiefste Seele, wird es zum reinen Aktivismus reduziert« (Benedikt XVI., Katechese, 25. April 2012). Wir müssen dieser Versuchung widerstehen und immer wachsam sein mit der Kraft und Ausdauer, die vom Heiligen Geist kommt, der der Spender des Lebens ist.

8. In diesem Zusammenhang ist es schön, sich an das Zeugnis von Mutter Teresa von Kalkutta zu erinnern, einer Frau, die ihr Leben für die Armen gab. Die Heilige wiederholte immer wieder, dass das Gebet der Ort war, aus dem sie Kraft und Glauben schöpfte für ihre Mission, den Letzten zu dienen. Als sie am 26. Oktober 1985 vor der UN-Generalversammlung sprach und allen den Rosenkranz zeigte, den sie immer in ihrer Hand hielt, sagte sie: »Ich bin nur eine arme Ordensfrau, die betet. Indem ich bete, legt Jesus seine Liebe in mein Herz und ich gehe hin und gebe sie allen Armen, denen ich auf meinem Weg begegne. Betet auch ihr! Betet, und ihr werdet erkennen, welche Armen ihr neben euch habt. Vielleicht auf dem gleichen Treppenabsatz wie euer Zuhause. Vielleicht gibt es sogar in euren Häusern Menschen, die auf eure Liebe warten. Betet und eure Augen werden sich öffnen und euer Herz wird von Liebe erfüllt sein«.

Und wie könnten wir hier, in der Stadt Rom, nicht an den heiligen Benedikt Joseph Labre (1748-1783) erinnern, dessen Leichnam in der Pfarrkirche Santa Maria ai Monti ruht und verehrt wird. Als Pilger aus Frankreich in Rom, der von vielen Klöstern abgelehnt worden war, verbrachte er die letzten Jahre seines Lebens arm unter den Armen und verbrachte viele Stunden im Gebet vor dem Allerheiligsten Sakrament, mit dem Rosenkranz, betete das Brevier, las im Neuen Testament und in der Nachfolge Christi. Da er nicht einmal ein kleines Zimmer hatte, in dem er wohnen konnte, schlief er gewöhnlich in einer Ecke der Ruinen des Kolosseums, als „Landstreicher Gottes“, und machte sein Leben zu einem unaufhörlichen Gebet, das zu ihm emporstieg.

9. Auf dem Weg zum Heiligen Jahr ermutige ich jeden, Pilger der Hoffnung zu werden und greifbare Zeichen für eine bessere Zukunft zu setzen. Vergessen wir nicht, »die kleinen Details der Liebe« (Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 145) zu bewahren: innezuhalten, sich zu nähern, ein wenig Aufmerksamkeit zu schenken, ein Lächeln, eine Berührung, ein Wort des Trostes ... Diese Zeichen kommen nicht von ungefähr; sie erfordern vielmehr tägliche Hingabe, oft im Verborgenen und im Stillen, die aber durch das Gebet Stärkung erfährt. In dieser Zeit, in der das Lied der Hoffnung dem Lärm der Waffen, dem Schrei so vieler verwundeter Unschuldiger und dem Schweigen der unzähligen Opfer von Kriegen zu weichen scheint, richten wir unsere Bitte um Frieden an Gott. Wir sind arm an Frieden und strecken unsere Hände aus, um ihn als kostbares Geschenk zu empfangen, und gleichzeitig bemühen wir uns, ihn in unserem täglichen Leben wiederherzustellen.

10. Wir sind aufgerufen, in allen Lebenslagen Freunde der Armen zu sein und in die Fußstapfen Jesu zu treten, der der Erste war, der sich mit den Letzten solidarisierte. Möge die allerheiligste Gottesmutter Maria uns auf diesem Weg beistehen, die uns, als sie in Banneux erschien, die Botschaft hinterlassen hat, die wir nicht vergessen dürfen: »Ich bin die Jungfrau der Armen«. Ihr, der sich Gott wegen ihrer bescheidenen Armut zuwandte und die durch ihren Gehorsam Großes vollbrachte, vertrauen wir unser Gebet an, in der Überzeugung, dass es zum Himmel emporsteigen und erhört werden wird.

Rom, Sankt Johannes im Lateran, 13. Juni 2024, Gedenktag des heiligen Antonius von Padua, des Schutzpatrons der Armen.

FRANZISKUS

[01022-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

1. La oración del pobre sube hasta Dios (cf. Si 21,5). En el año dedicado a la oración, con vistas al Jubileo Ordinario 2025, esta expresión de la sabiduría bíblica es muy apropiada para prepararnos a la VIII Jornada Mundial de los Pobres, que se celebrará el próximo 17 de noviembre. La esperanza cristiana abraza también la certeza de que nuestra oración llega hasta la presencia de Dios; pero no cualquier oración: ¡la oración del pobre! Reflexionemos sobre esta Palabra y “leámosla” en los rostros y en las historias de los pobres que encontramos en nuestras jornadas, de modo que la oración sea camino para entrar en comunión con ellos y compartir su sufrimiento.

2. El libro del Eclesiástico, al que nos referimos, no es muy conocido, y merece ser descubierto por la riqueza de temas que afronta sobre todo cuando se refiere a la relación del hombre con Dios y con el mundo. Su autor, Ben Sirá, es un maestro, un escriba de Jerusalén, que escribe probablemente en el siglo II a. C. Es un hombre sabio, arraigado en la tradición de Israel, que enseña sobre varios ámbitos de la vida humana: del trabajo a la familia, de la vida en sociedad a la educación de los jóvenes; presta atención a los temas relacionados con la fe en Dios y con la observancia de la Ley. Afronta los problemas arduos de la libertad, del mal y de la justicia divina, que también hoy son de gran actualidad para nosotros. Ben Sirá, inspirado por el Espíritu Santo, quiere transmitir a todos el camino a seguir para una vida sabia y digna de ser vivida ante Dios y ante los hermanos.

3. Uno de los temas a los que este autor sagrado dedica mayor espacio es la oración. Lo hace con mucho ímpetu, porque da voz a su propia experiencia personal. En efecto, ningún escrito sobre la oración podría ser eficaz y fecundo si no partiera de quien cada día está en la presencia de Dios y escucha su Palabra. Ben Sirá declara haber buscado la sabiduría desde la juventud: «En mi juventud, antes de andar por el mundo, busqué abiertamente la sabiduría en la oración» (Si 51,13).

4. En su recorrido, descubre una de las realidades fundamentales de la revelación, es decir, el hecho de que los pobres tienen un lugar privilegiado en el corazón de Dios, de tal manera que, ante su sufrimiento, Dios está “impaciente” hasta no haberles hecho justicia, «hasta extirpar la multitud de los prepotentes y quebrar el cetro de los injustos; hasta retribuir a cada hombre según sus acciones, remunerando las obras de los hombres según sus intenciones» (Si 35,21-22). Dios conoce los sufrimientos de sus hijos porque es un Padre atento y solícito hacia todos. Como Padre, cuida de los que más lo necesitan: los pobres, los marginados, los que sufren, los olvidados. Pero nadie está excluido de su corazón, ya que, ante Él, todos somos pobres y necesitados. Todos somos mendigos, porque sin Dios no seríamos nada. Tampoco tendríamos vida si Dios no nos la hubiera dado. Y, sin embargo, ¡cuántas veces vivimos como si fuéramos los dueños de la vida o como si tuviéramos que conquistarla! La mentalidad mundana exige convertirse en alguien, tener prestigio a pesar de todo y de todos, rompiendo reglas sociales con tal de llegar a ganar riqueza. ¡Qué triste ilusión! La felicidad no se adquiere pisoteando el derecho y la dignidad de los demás.

La violencia provocada por las guerras muestra con evidencia cuánta arrogancia mueve a quienes se consideran poderosos ante los hombres, mientras son miserables a los ojos de Dios. ¡Cuántos nuevos pobres producen esta mala política hecha con las armas, cuántas víctimas inocentes! Pero no podemos retroceder. Los discípulos del Señor saben que cada uno de estos “pequeños” lleva impreso el rostro del Hijo de Dios, y a cada uno debe llegarles nuestra solidaridad y el signo de la caridad cristiana. «Cada cristiano y cada comunidad están llamados a ser instrumentos de Dios para la liberación y promoción de los pobres, de manera que puedan integrarse plenamente en la sociedad; esto supone que seamos dóciles y atentos para escuchar el clamor del pobre y socorrerlo» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 187).

5. En este año dedicado a la oración, necesitamos hacer nuestra la oración de los pobres y rezar con ellos. Es un desafío que debemos acoger y una acción pastoral que necesita ser alimentada. De hecho, «la peor discriminación que sufren los pobres es la falta de atención espiritual. La inmensa mayoría de los pobres tiene una especial apertura a la fe; necesitan a Dios y no podemos dejar de ofrecerles su amistad, su bendición, su Palabra, la celebración de los Sacramentos y la propuesta de un camino de crecimiento y de maduración en la fe. La opción preferencial por los pobres debe traducirse principalmente en una atención religiosa privilegiada y prioritaria» (ibíd., 200).

Todo esto requiere un corazón humilde, que tenga la valentía de convertirse en mendigo. Un corazón dispuesto a reconocerse pobre y necesitado. En efecto, existe una correspondencia entre pobreza, humildad y confianza. El verdadero pobre es el humilde, como afirmaba el santo obispo Agustín: «El pobre no tiene de qué enorgullecerse; el rico tiene contra qué luchar. Escúchame, pues: sé verdadero pobre, sé piadoso, sé humilde» (Sermón 14,3.4). El humilde no tiene nada de que presumir y nada pretende, sabe que no puede contar consigo mismo, pero cree firmemente que puede apelarse al amor misericordioso de Dios, ante el cual está como el hijo pródigo que vuelve a casa arrepentido para recibir el abrazo del padre (cf. Lc 15,11-24). El pobre, no teniendo nada en que apoyarse, recibe fuerza de Dios y en Él pone toda su confianza. De hecho, la humildad genera la confianza de que Dios nunca nos abandonará ni nos dejará sin respuesta.

6. A los pobres que habitan en nuestras ciudades y forman parte de nuestras comunidades les digo: ¡no pierdan esta certeza! Dios está atento a cada uno de ustedes y está a su lado. No los olvida ni podría hacerlo nunca. Todos hemos tenido la experiencia de una oración que parece quedar sin respuesta. A veces pedimos ser liberados de una miseria que nos hace sufrir y nos humilla, y puede parecer que Dios no escucha nuestra invocación. Pero el silencio de Dios no es distracción de nuestros sufrimientos; más bien, custodia una palabra que pide ser escuchada con confianza, abandonándonos a Él y a su voluntad. Es de nuevo Sirácida quien lo atestigua: “la sentencia divina no se hace esperar en favor del pobre” (cf. Si 21,5). De la palabra pobreza, por tanto, puede brotar el canto de la más genuina esperanza. Recordemos que «cuando la vida interior se clausura en los propios intereses, ya no hay espacio para los demás, ya no entran los pobres, ya no se escucha la voz de Dios, ya no se goza la dulce alegría de su amor, ya no palpita el entusiasmo por hacer el bien. […] Esa no es la vida en el Espíritu que brota del corazón de Cristo resucitado» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 2).

7. La Jornada Mundial de los Pobres es ya una cita obligada para toda comunidad eclesial. Es una oportunidad pastoral que no hay que subestimar, porque incita a todos los creyentes a escuchar la oración de los pobres, tomando conciencia de su presencia y su necesidad. Es una ocasión propicia para llevar a cabo iniciativas que ayuden concretamente a los pobres, y también para reconocer y apoyar a tantos voluntarios que se dedican con pasión a los más necesitados. Debemos agradecer al Señor por las personas que se ponen a disposición para escuchar y sostener a los más pobres. Son sacerdotes, personas consagradas, laicos y laicas que con su testimonio dan voz a la respuesta de Dios a la oración de quienes se dirigen a Él. El silencio, por tanto, se rompe cada vez que un hermano en necesidad es acogido y abrazado. Los pobres tienen todavía mucho que enseñar porque, en una cultura que ha puesto la riqueza en primer lugar y que con frecuencia sacrifica la dignidad de las personas sobre el altar de los bienes materiales, ellos reman contracorriente, poniendo de manifiesto que lo esencial en la vida es otra cosa.

La oración, por tanto, halla la confirmación de su propia autenticidad en la caridad que se hace encuentro y cercanía. Si la oración no se traduce en un actuar concreto es vana, de hecho, la fe sin las obras «está muerta» (St 2,26). Sin embargo, la caridad sin oración corre el riesgo de convertirse en filantropía que pronto se agota. «Sin la oración diaria vivida con fidelidad, nuestra actividad se vacía, pierde el alma profunda, se reduce a un simple activismo» (Benedicto XVI, Catequesis, 25 abril 2012). Debemos evitar esta tentación y estar siempre alertas con la fuerza y la perseverancia que provienen del Espíritu Santo, que es el dador de vida.

8. En este contexto es hermoso recordar el testimonio que nos ha dejado la Madre Teresa de Calcuta, una mujer que dio la vida por los pobres. La santa repetía continuamente que era la oración el lugar de donde sacaba fuerza y fe para su misión de servicio a los últimos. El 26 de octubre de 1985, cuando habló a la Asamblea General de la ONU mostrando a todos el rosario que llevaba siempre en mano, dijo: «Yo sólo soy una pobre monja que reza. Rezando, Jesús pone su amor en mi corazón y yo salgo a entregarlo a todos los pobres que encuentro en mi camino. ¡Recen también ustedes! Recen y se darán cuenta de los pobres que tienen a su lado. Quizá en la misma planta de sus casas. Quizá incluso en sus hogares hay alguien que espera vuestro amor. Recen, y los ojos se les abrirán, y el corazón se les llenará de amor».

Y cómo no recordar aquí, en la ciudad de Roma, a san Benito José Labre (1747-1783), cuyo cuerpo reposa y es venerado en la iglesia parroquial de Santa María ai Monti. Peregrino de Francia a Roma, rechazado en muchos monasterios, trascurrió los últimos años de su vida pobre entre los pobres, permaneciendo horas y horas en oración ante el Santísimo Sacramento, con el rosario, recitando el breviario, leyendo el Nuevo Testamento y la Imitación de Cristo. Al no tener siquiera una pequeña habitación donde alojarse, solía dormir en un rincón de las ruinas del Coliseo, como “vagabundo de Dios”, haciendo de su existencia una oración incesante que subía hasta Él.

9. En camino hacia el Año Santo, exhorto a cada uno a hacerse peregrino de la esperanza, ofreciendo signos concretos para un futuro mejor. No nos olvidemos de cuidar «los pequeños detalles del amor» (Exhort. ap. Gaudete et exsultate, 145): saber detenerse, acercarse, dar un poco de atención, una sonrisa, una caricia, una palabra de consuelo. Estos gestos no se improvisan; requieren, más bien, una fidelidad cotidiana, casi siempre escondida y silenciosa, pero fortalecida por la oración. En este tiempo, en el que el canto de esperanza parece ceder el puesto al estruendo de las armas, al grito de tantos inocentes heridos y al silencio de las innumerables víctimas de las guerras, dirijámonos a Dios pidiéndole la paz. Somos pobres de paz; alcemos las manos para acogerla como un don precioso y, al mismo tiempo, comprometámonos por restablecerla en el día a día.

10. Estamos llamados en toda circunstancia a ser amigos de los pobres, siguiendo las huellas de Jesús, que fue el primero en hacerse solidario con los últimos. Que nos sostenga en este camino la Santa Madre de Dios, María Santísima, que, apareciéndose en Banneux, nos dejó un mensaje que no debemos olvidar: «Soy la Virgen de los pobres». A ella, a quien Dios ha mirado por su humilde pobreza, obrando maravillas en virtud de su obediencia, confiamos nuestra oración, convencidos de que subirá hasta el cielo y será escuchada.

Roma, San Juan de Letrán, 13 de junio de 2024, Memoria de san Antonio de Padua, patrono de los pobres.

FRANCISCO

[01022-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Caros irmãos e irmãs!

1. A oração do pobre eleva-se até Deus (cf. Sir 21, 5). No ano dedicado à oração, em vista do Jubileu Ordinário de 2025, esta expressão da sabedoria bíblica é ainda mais oportuna a fim de nos preparar para o VIII Dia Mundial dos Pobres, que acontecerá no próximo 17 de novembro. A esperança cristã inclui também a certeza de que a nossa oração chega à presença de Deus; não uma oração qualquer, mas a oração do pobre. Reflitamos sobre esta Palavra e “leiamo-la” nos rostos e nas histórias dos pobres que encontramos no nosso dia-a-dia, para que a oração se torne um modo de comunhão com eles e de partilha do seu sofrimento.

2. O livro de Ben-Sirá, ao qual nos referimos, não é muito conhecido e merece ser descoberto pela riqueza dos temas que aborda, sobretudo quando se refere à relação do homem com Deus e com o mundo. O seu autor, Ben-Sirá, é um mestre, um escriba de Jerusalém que, provavelmente, escreve no século II a.C. Radicado na tradição de Israel, é um homem sábio, que ensina sobre vários domínios da vida humana: desde o trabalho à família, desde a vida em sociedade à educação dos jovens; presta atenção às questões relacionadas com a fé em Deus e a observância da Lei. Aborda os problemas nada fáceis da liberdade, do mal e da justiça divina, que hoje são de grande atualidade também para nós. Inspirado pelo Espírito Santo, Ben-Sirá pretende transmitir a todos o caminho a seguir para uma vida sábia e digna de ser vivida diante de Deus e dos irmãos.

3. Um dos temas a que este autor sagrado dedica mais espaço é a oração, e fá-lo com grande ardor, porque dá voz à sua própria experiência pessoal. Efetivamente, nenhum texto sobre a oração poderia ser eficaz e fecundo se não partisse de quem se encontra diariamente na presença de Deus e escuta a sua Palavra. Ben-Sirá declara que, desde a sua juventude, procurou a sabedoria: «Quando eu era ainda jovem, antes de ter viajado, busquei abertamente a sabedoria na oração» (Sir 51, 13).

4. No seu caminho, descobre uma das realidades fundamentais da revelação, ou seja, o facto de os pobres terem um lugar privilegiado no coração de Deus, a tal ponto que, perante o seu sofrimento, Deus se “impacienta” enquanto não lhes faz justiça: «A oração do humilde penetrará as nuvens, e não se consolará, enquanto ela não chegar até Deus. Ele não se afastará, enquanto o Altíssimo não olhar, não fizer justiça aos justos e restabelecer a equidade. O Senhor não tardará nem terá paciência com os opressores» (Sir 35, 17-19). Deus, porque é um Pai atento e carinhoso para com todos, conhece os sofrimentos dos seus filhos. Como Pai, preocupa-se com aqueles que mais precisam dele: os pobres, os marginalizados, os que sofrem, os esquecidos... Ninguém está excluído do seu coração, uma vez que, diante d’Ele, todos somos pobres e necessitados. Somos todos mendigos, pois sem Deus não seríamos nada. Nem sequer teríamos vida se Deus não no-la tivesse dado. E, no entanto, quantas vezes vivemos como se fôssemos os donos da vida ou como se tivéssemos de a conquistar! A mentalidade mundana pede que sejamos alguém, que nos tornemos famosos independentemente de tudo e de todos, quebrando as regras sociais para alcançar a riqueza. Que triste ilusão! A felicidade não se adquire espezinhando os direitos e a dignidade dos outros.

A violência causada pelas guerras mostra claramente quanta arrogância move aqueles que se consideram poderosos aos olhos dos homens, enquanto aos olhos de Deus são miseráveis. Quantos novos pobres produz esta má política das armas, quantas vítimas inocentes! Contudo, não podemos recuar. Os discípulos do Senhor sabem que cada um destes “pequeninos” traz gravado em si o rosto do Filho de Deus, e que a nossa solidariedade e o sinal da caridade cristã devem chegar até eles. «Cada cristão e cada comunidade são chamados a ser instrumentos de Deus ao serviço da libertação e promoção dos pobres, para que possam integrar-se plenamente na sociedade; isto supõe estar docilmente atentos, para ouvir o clamor do pobre e socorrê-lo» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 187).

5. Neste ano dedicado à oração, precisamos de fazer nossa a oração dos pobres e rezar com eles. É um desafio que temos de aceitar e uma ação pastoral que precisa de ser alimentada. Com efeito, «a pior discriminação que sofrem os pobres é a falta de cuidado espiritual. A imensa maioria dos pobres possui uma especial abertura à fé; tem necessidade de Deus e não podemos deixar de lhe oferecer a sua amizade, a sua bênção, a sua Palavra, a celebração dos Sacramentos e a proposta dum caminho de crescimento e amadurecimento na fé. A opção preferencial pelos pobres deve traduzir-se, principalmente, numa solicitude religiosa privilegiada e prioritária» (ibid., 200).

Tudo isto requer um coração humilde, que tenha a coragem de se tornar mendigo. Um coração pronto a reconhecer-se pobre e necessitado. Existe, efetivamente, uma correspondência entre pobreza, humildade e confiança. O verdadeiro pobre é o humilde, como afirmava o santo bispo Agostinho: «O pobre não tem de que se orgulhar, o rico tem o orgulho para combater. Portanto, escuta-me: sê um verdadeiro pobre, sê virtuoso, sê humilde» (Discursos, 14, 4). O homem humilde não tem nada de que se vangloriar nem nada a reclamar, sabe que não pode contar consigo próprio, mas acredita firmemente que pode recorrer ao amor misericordioso de Deus, diante do qual se encontra como o filho pródigo que regressa a casa arrependido para receber o abraço do pai (cf. Lc 15, 11-24). O pobre, sem nada em que se apoiar, recebe a força de Deus e coloca n’Ele toda a sua confiança. Com efeito, a humildade gera a confiança de que Deus nunca nos abandonará e não nos deixará sem resposta.

6. Aos pobres que habitam as nossas cidades e fazem parte das nossas comunidades, recomendo que não percam esta certeza: Deus está atento a cada um de vós e está perto de vós. Ele não se esquece de vós, nem nunca o poderia fazer. Todos nós fazemos orações que parecem não ter resposta. Por vezes, pedimos para sermos libertados de uma miséria que nos faz sofrer e nos humilha, e Deus parece não ouvir a nossa invocação. Mas o silêncio de Deus não significa distração face ao nosso sofrimento; pelo contrário, contém uma palavra que pede para ser acolhida com confiança, abandonando-nos a Ele e à sua vontade. É ainda Ben-Sirá que o testemunha: “O juízo de Deus será em favor dos pobres” (cf. 21, 5). Da pobreza, portanto, pode brotar o canto da mais genuína esperança. Lembremo-nos de que «quando a vida interior se fecha nos próprios interesses, deixa de haver espaço para os outros, já não entram os pobres, já não se ouve a voz de Deus, já não se goza da doce alegria do seu amor, nem fervilha o entusiasmo de fazer o bem. […] Esta não é a vida no Espírito que jorra do coração de Cristo ressuscitado» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 2).

7. O Dia Mundial dos Pobres tornou-se um compromisso na agenda de cada comunidade eclesial. É uma oportunidade pastoral que não deve ser subestimada, porque desafia cada fiel a escutar a oração dos pobres, tomando consciência da sua presença e das suas necessidades. É uma ocasião propícia para realizar iniciativas que ajudem concretamente os pobres, e também para reconhecer e apoiar os numerosos voluntários que se dedicam com paixão aos mais necessitados. Devemos agradecer ao Senhor pelas pessoas que se disponibilizam para escutar e apoiar os mais pobres: sacerdotes, pessoas consagradas e leigos que, com o seu testemunho, são a voz da resposta de Deus às orações daqueles que a Ele recorrem. Portanto, o silêncio quebra-se sempre que se acolhe e abraça um irmão necessitado. Os pobres têm ainda muito para ensinar, porque numa cultura que colocou a riqueza em primeiro lugar e que sacrifica muitas vezes a dignidade das pessoas no altar dos bens materiais, eles remam contra a corrente, tornando claro que o essencial da vida é outra coisa.

A oração, por conseguinte, encontra o certificado da sua autenticidade na caridade que se transforma em encontro e proximidade. Se a oração não se traduz em ações concretas, é vã; efetivamente, «a fé sem obras está morta» (Tg 2, 26). Contudo, a caridade sem oração corre o risco de se tornar uma filantropia que rapidamente se esgota. «Sem a oração quotidiana, vivida com fidelidade, o nosso fazer esvazia-se, perde a alma profunda, reduz-se a um simples ativismo» (BENTO XVI, Catequese, 25 de abril de 2012). Devemos evitar esta tentação e estar sempre vigilantes com a força e a perseverança que nos vem do Espírito Santo, que é dador de vida.

8. Neste contexto, é bom recordar o testemunho que nos deixou Madre Teresa de Calcutá, uma mulher que deu a vida pelos pobres. Esta santa repetia continuamente que a oração era o lugar donde tirava força e fé para a sua missão de serviço aos últimos. Quando falou na Assembleia Geral da ONU, a 26 de outubro de 1985, mostrando a todos as contas do terço que trazia sempre na mão, disse: «Sou apenas uma pobre freira que reza. Ao rezar, Jesus põe o seu amor no meu coração e eu vou dá-lo a todos os pobres que encontro no meu caminho. Rezai vós também! Rezai, e sereis capazes de ver os pobres que tendes ao vosso lado. Talvez no mesmo andar da vossa casa. Talvez até nas vossas próprias casas há quem espera pelo vosso amor. Rezai, e abrir-se-ão os vossos olhos e encher-se-á de amor o vosso coração».

E como não recordar aqui, na cidade de Roma, São Bento José Labre (1748-1783), cujo corpo jaz e é venerado na igreja paroquial de Santa Maria ai Monti. Peregrino desde França até Roma, rejeitado em muitos mosteiros, viveu os seus últimos anos pobre entre os pobres, passando horas e horas em oração diante do Santíssimo Sacramento, com o terço, recitando o breviário, lendo o Novo Testamento e a Imitação de Cristo. Não tendo sequer um pequeno quarto para se alojar, dormia habitualmente num canto das ruínas do Coliseu, como “vagabundo de Deus”, fazendo da sua existência uma oração incessante que subia até Ele.

9. No caminho para o Ano Santo, exorto todos a fazerem-se peregrinos da esperança, dando sinais concretos de um futuro melhor. Não nos esqueçamos de guardar «os pequenos detalhes do amor» (Exort. ap. Gaudete et Exsultate, 145): parar, aproximar-se, dar um pouco de atenção, um sorriso, uma carícia, uma palavra de conforto... Estes gestos não podem ser improvisados; antes, exigem uma fidelidade quotidiana, muitas vezes escondida e silenciosa, mas fortalecida pela oração. Neste momento, em que o canto da esperança parece dar lugar ao ruído das armas, ao grito de tantos inocentes feridos e ao silêncio das inúmeras vítimas das guerras, dirijamos a Deus a nossa invocação de paz. Somos pobres de paz e, para a acolher como um dom precioso, estendemos as mãos, ao mesmo tempo que nos esforçamos por costurá-la no dia-a-dia.

10. Em todas as circunstâncias, somos chamados a ser amigos dos pobres, seguindo os passos de Jesus, que foi o primeiro a solidarizar-se com os últimos. Que a Santa Mãe de Deus, Maria Santíssima, nos sustente neste caminho; ela que, aparecendo em Banneux, nos deixou uma mensagem a não esquecer: «Eu sou a Virgem dos pobres». A ela, a quem Deus olhou pela sua humilde pobreza e em quem realizou grandes coisas com a sua obediência, confiemos a nossa oração, convictos de que subirá até ao céu e será ouvida.

Roma – São João de Latrão, na Memória de Santo António, Patrono dos pobres, 13 de junho de 2024.

FRANCISCO

[01022-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy bracia i siostry!

1. Modlitwa ubogiego dociera do Boga (por. Syr 21, 5). W roku poświęconym modlitwie, w perspektywie Zwyczajnego Jubileuszu roku 2025, to wyrażenie biblijnej mądrości jest wyjątkowo stosowne, by przygotować nas do VIII Światowego Dnia Ubogich, który przypada 17 listopada. Chrześcijańska nadzieja obejmuje również pewność, że nasza modlitwa dociera przed oblicze Boga; ale nie każda modlitwa: modlitwa ubogiego! Rozważmy to Słowo i „odczytajmy” je na twarzach i w historiach ludzi ubogich, których spotykamy w naszych dniach, aby modlitwa stała się drogą komunii z nimi i uczestnictwa w ich cierpieniu.

2. Księga Syracha, do której się odwołujemy, nie jest zbyt dobrze znana, a zasługuje na odkrycie ze względu na bogactwo tematów, jakie porusza, zwłaszcza gdy dotyka relacji człowieka z Bogiem i światem. Jej autor, syn Syracha, to nauczyciel, uczony w Piśmie z Jerozolimy, który tworzył prawdopodobnie w II wieku przed Chr. To mędrzec zakorzeniony w tradycji Izraela, który naucza na temat różnych dziedzin ludzkiego życia: od pracy po rodzinę, od życia w społeczeństwie po wychowanie młodzieży. Zwraca uwagę na kwestie związane z wiarą w Boga i przestrzeganiem Prawa. Porusza niełatwe problemy wolności, zła i Bożej sprawiedliwości, które są niezwykle istotne także dla nas dzisiaj. Syn Syracha, natchniony przez Ducha Świętego, pragnie przekazać wszystkim drogę do mądrego i godnego życia przed Bogiem oraz braćmi i siostrami.

3. Jednym z tematów, którym ten autor natchniony poświęca najwięcej miejsca jest modlitwa. Czyni to z wielką żarliwością, ponieważ oddaje głos swojemu osobistemu doświadczeniu. W rzeczy samej, żaden tekst na temat modlitwy nie mógłby być skuteczny i owocny, gdyby nie wychodził od tych, którzy codziennie stoją w obecności Boga i słuchają Jego Słowa. Syn Syracha oświadcza, że szukał mądrości od lat młodzieńczych: „Będąc jeszcze młodym, zanim zacząłem podróżować, szukałem jawnie mądrości w modlitwie” (Syr 51, 13).

4. W swojej wędrówce odkrywa jedną z podstawowych rzeczywistości Objawienia, a mianowicie fakt, że ubodzy mają uprzywilejowane miejsce w sercu Boga, do tego stopnia, że w obliczu ich cierpienia Bóg jest „niecierpliwy”, dopóki nie odda im sprawiedliwości: „Modlitwa biednego przeniknie obłoki i nie ustanie, aż dojdzie do celu. Nie odstąpi ona, aż wejrzy Najwyższy i ujmie się za sprawiedliwymi, i wyda słuszny wyrok” (Syr 35, 17-18). Bóg zna cierpienia swoich dzieci, ponieważ dla wszystkich jest czułym i troskliwym Ojcem. Jako Ojciec troszczy się o najbardziej potrzebujących: ubogich, zepchniętych na margines, cierpiących, zapomnianych... Ale nikt nie jest wykluczony z Jego serca, ponieważ przed Nim wszyscy jesteśmy ubodzy i potrzebujący. Wszyscy jesteśmy żebrakami, ponieważ bez Boga bylibyśmy niczym. Nie mielibyśmy nawet życia, gdyby Bóg nam go nie dał. A jednak, jakże często żyjemy tak, jakbyśmy byli panami życia lub jakbyśmy musieli je zdobyć! Mentalność światowa wymaga od nas, abyśmy stali się kimś ważnym, abyśmy wyrobili sobie imię na przekór wszystkim i wszystkiemu, łamiąc zasady społeczne w celu zdobycia bogactwa. Cóż za smutna iluzja! Szczęścia nie osiąga się gwałcąc prawa i godność innych osób.

Przemoc spowodowana wojnami wyraźnie pokazuje, jak bardzo aroganccy są ci, którzy uważają się za możnych wobec ludzi, podczas gdy w oczach Boga są nędzarzami. Jakże wielu nowych ubogich rodzi ta zła polityka prowadzona przy pomocy broni, jakże wiele niewinnych ofiar! Jednak nie możemy się wycofać. Uczniowie Pana wiedzą, że każdy z tych „maluczkich” nosi oblicze Syna Bożego, a nasza solidarność i znak chrześcijańskiej miłości muszą dotrzeć do każdego z nich. „Każdy chrześcijanin oraz każda wspólnota powołani są, by być Bożymi narzędziami wyzwolenia i wspierania ubogich w celu ich pełnej integracji społecznej; zakłada to, że jesteśmy uważni na krzyk ubogiego i gotowi go wesprzeć” (Adhort. apost. Evangelii gaudium, 187).

5. W tym roku poświęconym modlitwie musimy przyswoić sobie modlitwę ubogich i modlić się wraz z nimi. Jest to wyzwanie, które musimy podjąć i działanie duszpasterskie, które należy rozwijać. Bowiem „najgorszą dyskryminacją, jakiej doświadczają ubodzy, jest brak opieki duchowej. Olbrzymia większość ubogich otwarta jest szczególnie na wiarę; potrzebują Boga i nie możemy nie ofiarować im Jego przyjaźni, Jego błogosławieństwa, Jego Słowa, sprawowania Sakramentów i propozycji drogi wzrostu i dojrzewania w wierze. Opcja preferencyjna na rzecz ubogich musi głównie przyjąć formę uprzywilejowanej i priorytetowej opieki duchowej” (tamże, 200).

Wszystko to wymaga pokornego serca, które miałoby odwagę stać się żebrakiem. Serca gotowego uznać siebie za ubogiego i potrzebującego. Istnieje bowiem związek między ubóstwem, pokorą i zaufaniem. Prawdziwy ubogi jest pokorny, jak powiedział święty biskup Augustyn: „Biedak nie ma się czym szczycić, bogaty ma pychę, z którą musi walczyć. Posłuchaj mnie zatem: bądź prawdziwym ubogim, bądź cnotliwy, bądź pokorny” (Mowy, 14, 4). Człowiek pokorny nie ma się czym chlubić ani czego domagać, wie, że nie może liczyć na siebie samego, ale mocno wierzy, że może odwołać się do miłosiernej miłości Boga, przed którym stoi jak syn marnotrawny, który wraca do domu skruszony, aby przyjąć uścisk ojca (por. Łk 15, 11-24). Biedak, nie mając się na czym oprzeć, otrzymuje moc od Boga i pokłada w Nim całą swoją ufność. Pokora rodzi bowiem ufność, że Bóg nas nigdy nie opuści i nie pozostawi bez odpowiedzi.

6. Ubogim, zamieszkującym nasze miasta i należącym do naszych wspólnot, mówię: nie traćcie tej pewności! Bóg jest czuły wobec każdego z was i jest blisko was. Nie zapomina o was i nigdy nie mógłby zapomnieć. Wszyscy doświadczamy sytuacji, w których modlitwa zdaje się pozostawać bez odpowiedzi. Czasami prosimy o wybawienie z niedoli, która sprawia, że cierpimy i nas upokarza, a Bóg zdaje się nie słyszeć naszego błagania. Ale milczenie Boga nie jest niedostrzeganiem naszego cierpienia. Raczej strzeże słowa, które prosi, aby było przyjęte z ufnością, pozostawiając nas Jemu i Jego woli. Świadczy o tym również syn Syracha: „Sąd Boży będzie na korzyść ubogich” (por. 21, 5). Z ubóstwa może więc wypływać pieśń najprawdziwszej nadziei. Pamiętajmy, że „kiedy życie wewnętrzne zamyka się we własnych interesach, nie ma już miejsca dla innych, nie liczą się ubodzy, nie słucha się już więcej głosu Bożego, nie doświadcza się słodkiej radości z Jego miłości, zanika entuzjazm związany z czynieniem dobra. [...] Nie jest to życie w Duchu, rodzące się z serca zmartwychwstałego Chrystusa” (Adhort. apost. Evangelii gaudium, 2).

7. Światowy Dzień Ubogich stał się już wydarzeniem dla każdej wspólnoty kościelnej. Jest to okazja duszpasterska, której nie można nie docenić, ponieważ pobudza każdego wierzącego do wysłuchania modlitwy ubogich, uświadamiając sobie ich obecność i potrzeby. Jest to dobra okazja do realizacji inicjatyw, które konkretnie pomagają ubogim, a także do uznania i wspierania wielu wolontariuszy, którzy z pasją poświęcają się najbardziej potrzebującym. Musimy dziękować Panu za osoby, które są gotowe słuchać i wspierać najuboższych. Są to kapłani, osoby konsekrowane i świeccy, którzy swoim świadectwem stają się głosem Boga odpowiadającego na modlitwy tych, którzy się do Niego zwracają. Cisza jest więc przerywana za każdym razem, gdy brat w potrzebie jest przyjmowany i brany w ramiona. Ubodzy wciąż mogą wiele nauczyć innych, ponieważ w kulturze, która stawia bogactwo na pierwszym miejscu i często poświęca godność ludzi na ołtarzu dóbr materialnych, idą pod prąd, wskazując, że to coś zupełnie innego jest istotne dla życia.

Dla modlitwy więc, sprawdzianem jej autentyczności jest miłość miłosierna, która staje się spotkaniem i bliskością. Jeśli modlitwa nie przekłada się na konkretne działanie, jest daremna. Istotnie, „wiara bez uczynków jest martwa” (Jk 2, 26). Jednak miłość bez modlitwy może stać się filantropią, która szybko się wyczerpie. „Bez codziennej modlitwy, praktykowanej wiernie, w nasze działanie wkrada się pustka, traci ono swą głęboką duszę, sprowadza się do zwykłego aktywizmu” (Benedykt XVI, Katecheza, 25 kwietnia 2012). Musimy unikać tej pokusy i zawsze być czujni z siłą i wytrwałością, które pochodzą od Ducha Świętego, który jest dawcą życia.

8. W tym kontekście warto przypomnieć świadectwo pozostawione nam przez Matkę Teresę z Kalkuty, kobietę, która poświęciła swoje życie ubogim. Ta Święta nieustannie powtarzała, że modlitwa była miejscem, z którego czerpała siłę i wiarę dla swojej misji służenia ubogim. Kiedy przemawiała na Zgromadzeniu Ogólnym ONZ 26 października 1985 r., pokazując wszystkim paciorki różańca, które zawsze trzymała w dłoni, powiedziała: „Jestem tylko biedną zakonnicą, która się modli. Gdy się modlę, Jezus wlewa mi w serce swoją miłość, a ja idę dać ją wszystkim biednym ludziom, których spotykam na swojej drodze. Módlcie się i wy! Módlcie się, a zauważycie ubogich, którzy są obok was. Być może na tym samym piętrze waszego domu. Może nawet w waszych domach są tacy, którzy oczekują na waszą miłość. Módlcie się, a otworzą się wam oczy i serce będzie przepełnione miłością”.

I jakże nie przypomnieć tutaj, w mieście Rzymie, św. Benedykta Józefa Labre (1748-1783), którego ciało spoczywa i jest czczone w kościele parafialnym Santa Maria ai Monti. Pielgrzym z Francji do Rzymu, odrzucony przez wiele klasztorów, spędził ostatnie lata swojego życia będąc ubogim pośród ubogich, spędzając wiele godzin na modlitwie przed Najświętszym Sakramentem, z różańcem, odmawiając brewiarz, czytając Nowy Testament i „O naśladowaniu Chrystusa”. Nie mając nawet małego pokoju, w którym mógłby zamieszkać, zwykle spał w kącie ruin Koloseum, jako „włóczęga Boga”, czyniąc ze swojego życia nieustanną modlitwę, która wznosiła się do Niego.

9. Przygotowując się do Roku Świętego zachęcam wszystkich, aby zostali pielgrzymami nadziei, czyniącymi konkretne znaki lepszej przyszłości. Nie zapominajmy pielęgnować „drobnych szczegółów miłości” (Adhort. apost. Gaudete et exultate, 145): zatrzymania się, podejścia, poświęcenia odrobiny uwagi, uśmiechy, życzliwego gestu, słowa pocieszenia... Te gesty nie mogą być improwizowane. Wymagają raczej codziennej wierności, często ukrytej i cichej, ale wzmocnionej modlitwą. W tym czasie, gdy pieśń nadziei wydaje się ustępować miejsca szczękowi broni, jękowi wielu niewinnych rannych i milczeniu niezliczonych ofiar wojen, skierujmy do Boga nasze błaganie o pokój. Brak nam pokoju i wyciągamy ręce, aby przyjąć go jako cenny dar, a jednocześnie starajmy się osiągnąć go w naszym codziennym życiu.

10. Jesteśmy powołani, aby w każdych okolicznościach być przyjaciółmi ubogich, idąc za Jezusem, który jako pierwszy okazał solidarność z ostatnimi. Niech nas wspiera na tej drodze Święta Boża Rodzicielka Maryja, która ukazując się w Banneux zostawiła nam przesłanie, którego nie wolno nam zapomnieć: „Jestem Matką Bożą Ubogich”. Jej, na którą Bóg wejrzał ze względu na Jej pokorne ubóstwo, dokonując wielkich rzeczy przez Jej posłuszeństwo, powierzamy naszą modlitwę, przekonani, że wzniesie się ona do nieba i zostanie wysłuchana.

Rzym, u Świętego Jana na Lateranie, 13 czerwca 2024 r., we wspomnienie św. Antoniego z Padwy, patrona ubogich.

FRANCISZEK

[01022-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

في اليوم العالمي الثّامن للفقراء

17 تشرين الثّاني/نوفمبر 2024

الصَّلاةُ الخارِجَةُ مِن فَمِ الفَقير تَصِلُ إلى قلبِ الله (راجع يشوع بن سيراخ 21، 5)

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء!

1. الصَّلاةُ الخارِجَةُ مِن فَمِ الفَقير تَصِلُ إلى قلبِ الله (راجع يشوع بن سيراخ 21، 5). في السّنة المخصّصة للصّلاة، تحضيرًا لليوبيل العادي 2025، نرى أنّ هذه العبارة من حكمة الكتاب المقدّس مناسبة أكثر من أيّ وقت مضى لتحضّرنا لليوم العالميّ الثّامن للفقراء، الذي سيقام في 17 تشرين الثّاني/نوفمبر. الرّجاء المسيحيّ يشمل أيضًا يقيننا بأنّ صلاتنا تصل إلى حضرة الله، وليس أيّ صلاة، بل صلاة الفقير! لنتأمّل في هذه الكلمة و”لنقرأها“ على وجوه وفي قصص الفقراء الذين نلتقي بهم في نهارنا، حتّى تصير الصّلاة وسيلة شركة معهم ومشاركة في آلامهم.

2. سفر يشوع بن سيراخ، الذي نشير إليه، ليس معروفًا كثيرًا، ويستحقّ أن نكتشفه لكثرة المواضيع التي يتناولها، خاصّة علاقة الإنسان مع الله والعالم. كاتب هذا السّفر، بن سيراخ، هو معلّم، وهو من كَتَبَة أورشليم، الذي كتب ربّما في القرن الثّاني قبل الميلاد. كان رجلًا حكيمًا، ومتجذّرًا في تقليد إسرائيل، وكان يعلِّم في مختلف مجالات الحياة الإنسانيّة: في العمل والعائلة، والحياة في المجتمع وتربية الشّباب، وكان يهتمّ بالمواضيع التي لها صلة بالإيمان بالله وباحترام الشّريعة. وتطرّق إلى القضايا الصّعبة، الحرّيّة والشّرّ والعدل الإلهيّ، وهي قضايا تهمّنا اليوم أيضًا. أراد بن سيراخ، وبوحي من الرّوح القدس، أن يبيِّن للجميع الطّريق الذي يجب اتّباعه لنحيا حياة حكيمة وتستحقّ الحياة أمام الله والإخوة.

3. من المواضيع التي خصّص لها هذا الكاتب المقدس مساحة كبيرة هي الصّلاة. وصنع ذلك باندفاع كبير، لأنّه عبَّر عن خبرته الشّخصيّة. في الواقع، لا يمكن لأيّ كتابة عن الصّلاة أن تكون فعّالة ومثمرة ما لم تصدر عن شخص يقف كلّ يوم في حضرة الله ويستمع إلى كلمته. أعلن بن سيراخ أنّه طلب الحكمة منذ شبابه: "في شَبابي وقَبْلَ تَجْوالي، التَمَستُ الحِكمَةَ عَلانِيَةً في صَلاتي" (يشوع بن سيراخ 51، 13).

4. في مسيرته هذه، اكتشف حقيقة من حقائق الوحي الأساسيّة، وهي أنّ الفقراء لهم مكانة مميّزة في قلب الله، لدرجة أنّ الله يبدو مثل فاقد صبره أمام آلامهم، إلى أن يستردّ لهم حقّهم: "صَلاةُ المُتَواضِعِ تَنفُذُ الغُيوم، ولا يَتَعَزَّى حَتَّى تَصِل. ولا يَكُفُّ حَتَّى يَفتَقِدَه العَلِيّ، ويُنصِفَ الأَبْرارَ ويُجرِيَ القَضاء. فالرَّبُّ لا يُبطِئُ ولا يُطيلُ أَناتَه علَيهم" (يشوع بن سيراخ 35، 17–19). الله يعرف آلام أبنائه، لأنّه أبٌ متنبّه ومهتمّ بالجميع. لأنّه أبّ، فهو يعتني بالذين هُم في أمسّ الحاجة إلى عنايته: الفقراء، والمهمّشين، والمتألّمين، والمنسيّين... لا أحد يُستبعد من قلبه، بما أنّنا كلّنا أمامه فقراء ومُحتاجون. كلّنا متسوّلون. من دون الله نحن لا شيء. الحياة نفسها لو لم يُعطنا إيّاها الله، لَمَا كانت. مع ذلك، كم مرّة نعيش كما لو كنّا نحن أسياد الحياة أو كما لو كان علينا أن نكتسبها بقوتنا! بحسب عقليّة العالم يجب أن نصنع من أنفسنا شخصيّة، وأن تكون لنا شهرة، بالرّغم من كلّ شيء ومن الجميع، ولو خالفنا قوانين المجتمع، المهم أن نصل إلى المال. إنّه وهْمٌ مُحزن! لا يمكننا أن نحصل على السّعادة إن دُسنا على حقوق غيرنا وكرامتهم.

العنف الذي تسبّبه الحروب يُبيّن بوضوح كم من العجرفة تحرّك الذين يعتبرون أنفسهم أقوياء أمام النّاس، وهُم في الحقيقة أشقياء في نظر الله. كم من الفقراء الجدد تُنتج هذه السّياسة السّيّئة القائمة على الأسلحة، وكم من الضّحايا البريئة! مع ذلك، لا يمكننا أن نتراجع. تلاميذ يسوع المسيح يعرفون أنّ كلّ واحد من هؤلاء ”الصّغار“ يحمل وجه ابن الله مطبوعًا فيه، وأنّ تضامننا وعلامة المحبّة المسيحيّة يجب أن تصل إلى كلّ واحد منهم. "كلّ مسيحيّ وكلّ جماعة مؤمنة مدعُوَّةٌ إلى أن تكون أداة بين يدي الله لتحرير الفقراء ونموّهم، بحيث يستطيعون الاندماج كلّيًّا في المجتمع. وهذا يفترض أن نكون طيّعين ومتنبِّهين لنصغي إلى صوت الفقير ولنساعده" (الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل، 187).

5. في هذه السّنة المخصّصة للصّلاة، علينا أن نجعل صلاة الفقراء صلاتنا ونصلّي معهم. إنّه تحدٍّ يجب أن نقبله وعملٌ رعويٌّ يجب أن نغذّيه. في الواقع "إنّ أسوأ تمييز يعاني منه الفقراء هو انعدام العناية الرّوحيّة بهم. في معظم الفقراء انفتاح خاصّ على الإيمان، إنّهم بحاجة إلى الله، ولا يجوز أن نحرمهم صداقته، وبركته وكلمته والتّقدّم من الأسرار، ويجب أن نقترح عليهم طريقًا لتنمية الإيمان وتنضيجه. خيار الفقراء وأفضليتهم يجب أن نعبِّر عنها، بالأخصّ، بعناية دينيّة مميّزة وأولويّة" (المرجع نفسه، 200).

كلّ ذلك يتطلّب قلبًا متواضعًا، له الشّجاعة لأن يصير مستجديًا. قلبٌ مستعدٌّ لأن يعترف بأنّه فقير ومحتاج. في الواقع، هناك توافق بين الفقر والتواضع والثّقة. الفقير الحقيقيّ هو المتواضع، كما أكّد القدّيس الأسقف أغسطينس: "الفقير ليس له ما يفتخر به، أمّا الغنيّ فيفتخر بأنّه يُقاتل. لذلك أصغِ إليَّ: كُن فقيرًا حقيقيًّا، وكُن صاحب فضيلة، وكُن متواضعًا" (خطابات، 14، 4). الإنسان المتواضع ليس له ما يتباهى به ولا يدَّعِي شيئًا، فهو يعلم أنّه لا يستطيع أن يعتمد على نفسه، لكنّه يؤمن إيمانًا راسخًا أنّه يستطيع أن يلجأ إلى محبّة الله الرّحيمة، وهو أمام الله مثل الابن الضّال الذي عاد إلى بيته تائبًا ليجد عِناقَ أبيه (راجع لوقا 15، 11-24). بما أنّ الفقير ليس له ما يستند عليه، فهو يستمدّ القوّة من الله وفيهِ يضع ثقته كلّها. لذلك، التّواضع يولّد فينا الثّقة بأنّ الله لن يتخلّى عنّا أبدًا ولن يتركنا من دون إجابة.

6. للفقراء الذين يعيشون في مدننا وهم جزء من جماعاتنا أقول: لا تفقدوا هذا اليقين! الله متنبّه لكلّ واحد منكم وهو قريب منكم. إنّه لا ينساكم، لا يمكنه أن ينساكم أبدًا. كلّنا نعرف الصّلاة التي تبدو أنّها غير مستجابة. طلبنا أحيانًا أن نتحرّر من البؤس الذي جعلنا نتألّم وأذلّنا، وبدا لنا أنّ الله لا يصغي إلى ابتهالنا. لكن صمت الله ليس انشغالًا عن آلامنا، بل هو حافظ لنا كلمة يريدنا أن نقبلها بثقة، وأن نستسلم له ولإرادته. أكّد على ذلك مرّة أخرى سفر يشوع بن سيراخ: ”قضاء الرّبّ سيكون للفقير“ (راجع 21، 5). لذلك، يمكن أن تنبع من الفقر ترنيمة الأمل الحقيقيّ. لنتذكّر أنّه "عندما تنغلق الحياة الدّاخليّة على مصالحنا الذّاتيّة، لا يبقى محلّ للآخرين، فلا الفقراء يدخلون، ولا يُسمعُ صوت الله، ولا نتمتّع بفرح حبّه العذب، ولا يعود ينبض فينا الحماس لعمل الخير. […] ليست هذه الحياة في الرّوح النّابع من قلب المسيح القائم من بين الأموات" (الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل، 2).

7. صار اليوم العالميّ للفقراء مُوعدًا لكلّ جماعة كنسيّة. إنّها فرصة لعمل رعويّ يجب ألّا نستهين به، لأنّها تحثّ كلّ مؤمن على أن يصغي إلى صلاة الفقراء، ويدرك حضورهم واحتياجاتهم. إنّها فرصة مناسبة لتحقيق المبادرات التي تساعد الفقراء بصورة عمليّة، وأيضًا للاعتراف ولتقديم الدّعم للمتطوّعين الكثيرين الذين يكرّسون أنفسهم باندفاع للذين هم في أمسّ الحاجة. علينا أن نشكر الرّبّ يسوع من أجل الأشخاص الذين يضعون أنفسهم في الخدمة لكي يُصغوا ويدعموا الفقراء. إنّهم كهنة، ومكرّسون، وعلمانيّون، وهم يُظهِرون بشهادتهم جواب الله، على الذين يتوجّهون إليه. لذلك، ينكسر الصّمت في كلّ مرّة نستقبل فيها أخًا محتاجًا ونعانقه. الفقراء عندهم الكثير ليعلّمونا إيّاه، لأنّه في الثّقافة التي نحن فيها والتي تضع المال في المقام الأوّل وتضحّي غالبًا بكرامة الأشخاص على مذبح الخيرات المادّيّة، هُم يجدّفون عكس التّيّار ويبيِّنون أنّ ما هو ضروريّ للحياة هو شيء آخر تمامًا.

لذلك، الصّلاة تجد التّأكيد على أصالتها في المحبّة التي تصير لقاءً وقربًا. إن لم نُترجم الصّلاة إلى عمل حقيقيّ، فهي باطلة، في الواقع "الإِيمانُ بِلا أَعمالٍ مَيْت" (يعقوب 2، 26). مع ذلك، المحبّة من دون صلاة توشك أن تصير عملًا خيريًّا سينتهي بسرعة. "إن لم تكن صلاتنا اليومية حياة فينا أمينة، تصير أعمالنا فارغة، وتفقد روحها العميقة، وتتحوّل إلى نشاط زائد" (بندكتس السّادس عشر، التّعليم المسيحيّ، 25 نيسان/أبريل 2012). يجب علينا أن نتجنّب هذه التّجربة وأن نكون متنبِّهين دائمًا للقوّة والمثابرة التي تأتينا من الرّوح القدس، واهبِ الحياة.

8. في هذا السّياق، جميلٌ أن نتذكّر الشّهادة التي تركتها لنا الأم تريزا دي كالكوتا، المرأة التي بذلت حياتها من أجل الفقراء. كانت القدّيسة تكرّر باستمرار بأنّ الصّلاة كانت هي المكان الذي منه كانت تستمدّ القوّة والإيمان لرسالتها في خدمة الأخيرين. عندما ألقت كلمتها في الجمعيّة العامّة للأمم المتّحدة، في 26 تشرين الأوّل/أكتوبر 1985، وأظهرت للجميع المسبحة الورديّة التي كانت تحملها دائمًا في يدها، قالت: "أنا مجرّد راهبة فقيرة تصلّي. عندما أصلّي، يسوع يضع محبّته في قلبي وأنا أذهب لأعطيه لكلّ الفقراء الذين ألتقي بهم في مسيرتي. صلّوا أنتم أيضًا! صلّوا، وستنتبهون إلى الفقراء الذين بقربكم. ربّما هُم في الطّابق نفسه حيث تسكنون. ربّما في بيوتكم أيضًا هناك من ينتظر محبّتكم. صلّوا، وستنفتح أعينكم، وسيمتلئ قلبكم بالحبّ".

وكيف لا نتذكّر هنا، في مدينة روما، القدّيس بندكتس يوسف لابري (Benedetto Giuseppe Labre) (1748-1783)، الذي يرقد جسده ويُكرَّم في كنيسة رعيّة القدّيسة مريم في مونتي (Santa Maria ai Monti). إنّه حَاجٌّ جاء من فرنسا إلى روما، وقد رفضوه في أديرة كثيرة، وأمضى السّنوات الأخيرة من حياته فقيرًا بين الفقراء، وكان يقضي ساعاتٍ وساعاتٍ في الصّلاة أمام القربان المقدّس، وبيده المسبحة الورديّة، وكان يصلّي صلاة السّاعات، ويقرأ العهد الجديد والاقتداء بالمسيح. وبما أنّه لم يكن له حتّى غرفة صغيرة ليقيم فيها، كان ينام عادة في زاوية عند أخربة الكولوسيوم، فهو ”مشَرّدُ الله“، جعل من حياته صلاة متواصلة ترتفع إليه.

9. في مسيرتنا نحو السّنة المقدّسة، أحثّ الجميع أن يجعل من نفسه حاجًّا يحمل الرّجاء، وأن يقوم بأعمال ملموسة من أجل مستقبل أفضل. لا ننسَ أن نحافظ على "أصغر التّفاصيل التي تدلّ على المحبّة" (الإرشاد الرسولي، اِفَرحوا وابتَهِجوا، 145): أن نَقِف، ونقترب، ونُولي بعض الاهتمام، ونبتسم، ونلاطف، ونقول كلمة تعزية... هذه أعمال لا تُرتَجل، إنّها تتطلّب منّا أمانة يوميّة، غالبًا في الخفاء والصّمت، لكنّها تجد قوّة في الصّلاة. في هذا الوقت، الذي فيه يبدو أنّ ترنيمة الرّجاء تزول ليحلّ محلّها ضجيج الأسلحة، وصراخ الجرحى الأبرياء الكثيرين، وصمت ضحايا الحروب التي لا تُحصى، لنوجّه إلى الله ابتهالنا من أجل السّلام. نحن فقراء إلى السّلام فلنمدّ أيدينا إلى الله ليمنحا السّلام عطيّة ثمينة، وفي الوقت نفسه لنلتزم بأن نصنع السّلام في نسيج حياتنا اليوميّة.

10. نحن مدعوّون، في كلّ الظروف، إلى أن نكون أصدقاءً للفقراء، على خطى يسوع الذي كان أوّل من تضامن مع الأخيرين. لتعضدنا في مسيرتنا هذه والدة الله القدّيسة مريم الكلّيّة القداسة التي ظهرت في بانو(Banneux) وتركت لنا رسالة يجب علينا ألّا ننساها: "أنا عذراء الفقراء". هي التي نظر الله إلى فقرها المتواضع، وحقّق أمورًا كبيرة بطاعتها، إليها نوكل صلاتنا، ونحن مقتنعون بأنّها سترتفع إلى السّماء وسيسمعها الله.

روما، بازيليكا القدّيس يوحنّا في اللاتران، يوم 13 حزيران/يونيو 2024، تذكار القدّيس أنطونيوس من بادوفا، شفيع الفقراء.

فرنسيس

[01022-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0496-XX.02]

Messaggio del Santo Padre Francesco per la VIII Giornata Mondiale dei Poveri (2024)
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